COOKIN’ MUSIC

Bella zi*,

Spero di cuore ti giri tutto, o qualcosa (che è mej che nient), per il verso giusto.

No, non intendevo le balle o la testa – so che inizialmente avrai pensato a questo eheh.

Come la vedi la combo plumcake e Bon Iver? 🎧

Troppo?

La ricetta l’ho fregata a mia sorella Sara, che cura questa strepitosa pagina Instagram @sperimentarecongusto 💕

Ecco il plumcake b/w!

Lista della spesa:

  • 150 gr di albumi a temperatura ambiente (4 uova medie ca)
  • 150 ml di acqua a temperatura ambiente
  • 150 ml di olio di semi
  • 300 gr di farina di avena integrale
  • 80 gr di zucchero integrale di canna
  • 16 gr di lievito vanigliato per dolci (o cremor tartaro)
  • 20 gr di cacao amaro in polvere

Su le maniche!

  1. Innanzitutto palìn, preriscalda il forno a 170° (per non arrivare al punto 9 e pensare “aaazz”)
  2. In una ciotola panciuta, monta gli albumi a neve fermissima (cioè proprio nun se devono movere tzì, manco sballonzolare, stile un-due-ttré stella – ok)
  3. In un’altra ciotola, mescola insieme acqua + olio + zucchero e amalgama bene con una frusta da cucina (quanto è brutto però il termine “frusta”)
  4. Unisci alla parte liquida del punto 2 la farina e il lievito setacciati, lavorando il composto fino a farlo diventare liscio e omogeneo (no grumi, sì party)
  5. Aggiungi per ultimi gli albumi più sodi del culo di Hulk poco per volta e sempre girando dal basso verso l’alto per non smontare l’eeentusiasmo
  6. A occhio (e qui le doti da ingegnere aerospaziale si noteranno), dividi ora gli impasti in due metà esatte – esatte ho detto – e in una incorpora il cacao setacciato girando sempre dal basso verso l’altro, altrimenti che cavolo abbiamo fatto la fatica di montare gli albumi a fare
  7. Olia e infarina uno stampo da plumcake e versaci dentro i due impasti (the blec uan end then the uait uan for ecsampol)
  8. Decora la superficie con gocce di cioccolato extra fondente o bianco, o con quel di cui hai voglia nel pre-ciclo (se sei un uomo mi dispiace tu non abbia la scusa del pre-ciclo per sfondarti, eh vabeh c’è chi può scs)
  9. Cuoci ai 170° che hai impostato all’inizio, in forno statico e per circa 30 minuti, coprendo il piccolino con della carta stagnola (in modo che il suo aspetto non somigli al mio dopo una giornata al mare senza crema protettiva)
  10. Trascorso il tempo, fa la prova stecchino! Sforna, e lascia raffreddare
  11. Accompagna con un buon filtered coffee, o con un ettolitro di tè, o una bbellla cioccolata calda se proprio stai messa male col pre-ciclo zia (zio maschio, beh te puoi usare la scusa della morosa stressata in pre-ciclo per sfondarti pure tu)

Benone reghi, come accompagnare il tutto se non con la magnificenza dei Bon Iver?

Chi mi conosce potrebbe serenamente affermare che ho vastamente scassato la minkya “con sto Bon Iver” – ma STO chi poi?

Eh oh, sono il mio gruppo preferito.

Old but gold… Bon Iver, Bon Iver, del 2011

From my heart to yours

Perth è un’esplosione, un climax, una marcia che si avvicina.

Il contrasto del ritmo di una marcia con la voce in falsetto di Justin Vernon.

Still alive for you, love

A metà traccia si viene sbattuti a destra e sinistra in un vortice di sensazioni e pensieri, una centrifuga di battiti che fa venir voglia di correre e spalancare le braccia.

La canzone si chiude come una storia d’amore finita: tanto rumore che svanisce in un ricordo.

Minnesota, WI mi ricorda una foresta di pini e l’odore della pioggia appena caduta. Quell’odore di terra bagnata, lavanda, alberi, vegetazione… e un’aria fresca che ti accarezza la pelle.

La chitarra in sottofondo viene poi accompagnata da sonorità più dure e pesanti: la scalata per la cima si fa faticosa, ma chi si ferma?

Swallows swelling for the beams

Il fiume assume la forma degli ostacoli che incontra, ma lungo il suo corso nulla lo arresta.

♯ e poi c’è Holocene.

Il primo grande amore non si dimentica.

Non so, è come se in un certo senso questa canzone rappresentasse per me la perfezione. La luce del primo sole al mattino che filtra da piccole e vecchie finestre di legno nascoste dietro tendine rosse e panna, che rendono quella luce ancor più calda. Fragili e tiepidi raggi che vanno a posarsi come zucchero a velo su un tavolo imbandito con torte fatte in casa e del caffè fumante.

Cosa c’è di più dolce?

Was where we learned to celebrate

Una canzone genuina per un film mentale che è come un bacio sulla fronte.

Towers sembra non iniziare mai. Il falsetto si fa protagonista.

È una canzone “ovattata”, i cui suoni sono racchiusi in molte “o” che rimandano ad un abbraccio. Onomatopeica.

Fino al momento in cui la traccia prende un’altra piega, si movimenta, si apre… per poi tornare a chiudersi.

Che capolavoro.

Well, you’re standing on my sternum, don’t you climb down darling

Michicant è un campanello che vibra e risuona.

È un ritmo incessante scandito da suoni inusuali, stranieri, che rimandano all’Oriente.

Hinnom, TX, la canzone che meno sento mia e mi rapisce.

Diciamo che durante il trip mentale, questa traccia è il momento del riposo dal pensiero in cui semplicemente ci si fa cullare. Sarà anche per la breve durata… è un piccolo break per il cuore e per la mente.

♯ che dire di Wash.

Il piano ti prende per mano e ti accompagna nel tuo più profondo dentro.

Viene raccontata una storia, e tu presti l’orecchio. Ti fidi, ti lasci trasportare. Segui il ritmo, le pause, fai attenzione alle intenzioni.

È un lento ballo sulla spiaggia durante il quale tutto si tinge di rosa pastello: ogni cosa è color pastello, un po’ sfocata, malinconica, “lontana”.

A un tratto si perde la connessione, c’è confusione… ma poi il piano torna e riporta l’ordine. Tutto si ricongiunge.

Le note sono alte e chiare, delicate e decise.

Ed ecco infine che si dissolve, come la spuma del mare.

Calgary.

Una preghiera.

Si chiudono gli occhi e si respira qualcosa di grande, più grande di se stessi.

Poi s’inizia a camminare, volendo si può prendere la bici e sfrecciare per la città: ah! laggiù alcune consapevolezze. S’imboccano strade e ci si sente grandi, le spalle pesano di responsabilità.

Da bambini si andava in chiesa per sentirsi buoni, poi crescendo il mondo si è svelato per quello che è. L’ingenuità un po’ svanisce, il tempo del chierichetto è finito, la realtà non è un tetto fatto di certezze. Tutto è in ballo e incerto, comunque le gambe vanno e le ruote girano.

Come andrà a finire?

Open ears and open eyes

[…]

Oh the demons come, they can subside

Lisbon, OH è la traccia instrumental dell’album.

1:34.

1+3+4 = 8, il mio numero preferito. L’infinito.

♯ Il cerchio sta per chiudersi, Beth / Rest.

A primo impatto mi sento catapultata ne “Il Tempo delle Mele”, l’atmosfera è anni ’80. Poi capisco che la canzone acquista il significato di una rassicurazione.

Mi faccio avvolgere dalle sue carezze, dal suo respiro caldo, dalla sua voce avvolgente.

Si sciolgono le tensioni, si spezzano alcune pesanti catene, si scorge una luce fioca.

Un pensiero fa volgere il viso al cielo.

E mi chiedo: chi sente e saprebbe condividere certe emozioni assieme a me?

It is steep, it is stone

Such recovery

From the daily press, the deepest nest, in keeper’s keep

All the news at the door

Such a revelry

Well, it’s hocked inside of everything you said to me

[…]

I ain’t living in the dark no more

It’s not a promise, I’m just gonna call it

Heavy mitted love

Our love is a star

Sure some hazardry

For the light before and after most indefinitely

Danger has been stolen away

Tra le braccia di questa canzone mi sento al sicuro.

Così si conclude il disco.

Uno spettacolo su cui non si vorrebbe far scendere il sipario.