RIEMPI LA STANZA

Sarò sincero: non sono mai stato particolarmente attratto dalle uscite di Sam Shepherd, in arte Floating Points, nonostante io rispetti il suo personale lavoro di ricerca. Ricordo di averlo visto dal vivo solo una volta, all’edizione del 2015 di Zanne, a Catania, in apertura a Four Tet: fu un’esibizione non particolarmente entusiasmante, ma dopo quasi sei anni ammetto di non ricordare molto. Una serata storta può capitare a tutti! Non sono più tornato, dopo aver ascoltato Elaenia, sui miei passi: ogni tanto mi è dispiaciuto, ma non ci ho mai più pensato tanto.

Devo ammettere che però, all’annuncio dell’uscita di Promises, non sono riuscito a smarcarmi dall’hype, dalla montatura pubblicitaria gravitante attorno alla collaborazione tripartita (Shepherd – Sanders – LSO) che potenzialmente sembrava essere tra le più promettenti dell’anno. Il condizionale, purtroppo, non è a caso: Promisesè un disco insopportabilmente tiepido. Mi dispiace molto ascoltare un gigante come Pharoah Sanders frenato dalla mancanza di originalità degli arrangiamenti (anzi, dell’arrangiamento), costretto a mettere insieme delle riflessioni armoniche assolutamente non soddisfacenti: non è sua la responsabilità di questo flop, anzi, lo ringrazio per averci concesso il privilegio di sentirlo suonare il sax tenore a più di 80 anni. Dal disco, purtroppo, si raccoglie poco e nulla di interessante, solamente movimenti un po’ superflui e tanto tepore primaverile, vibrazioni che riempiono la stanza – se è questo che cercate da un disco jazz non sarò io a fermarvi. Posso solo dire: il jazz è altro, e meglio, e soprattutto lo è anche il post-minimalismo. Non mi basta riempire lo spazio.

Cosa ho deciso di fare, quindi? Ho deciso di partire da questo disco e di compilare una piccola lista di dischi che effettivamente riempiono la stanza, ma in modalità più stimolanti. Ho deciso anche di lasciare la musica classica occidentale da parte, cosa che mi auguravo accadesse già in Promises, e dunque di attraversare il confine delle terre temperate. Il ponte è uno e trino: psichedelico, folk e tribale. Il futuro è antico, ed è già stato cantato. Possiamo ancora salvarci dalla disfatta tardocapitalista!

Maâlem Mahmoud Guinia, Floating Points, James Holden – Marhaba – Eglo / Border Community

Nel 2014 in un hotel di Marrakech la musica Gnawa incontra l’elettronica progressiva: il maestro Maâlem Mahmoud Guinia incontra Sam Sheperd e James Holden. Da una settimana di sessioni di registrazioni improvvisate in condizioni precarie, accanto alla piscina dell’albergo, nasce un disco che ritengo una piccola gemma. Forse il più bel disco a cui Floating Points abbia mai partecipato, sicuramente tra i migliori lavori di James Holden, che giunge in Marocco sull’onda dello straordinario successo di The Inheritors. Questo è un disco apripista, da cui è possibile compiere il salto verso generi musicali in via d’estinzione. Apre anche questa lista.



RAMZi – Pèze-Piton – 12th Isle

Phoebé Guillemot, l’artista canadese in arte RAMZi, fonde efficacemente dub, house, kuduro e musica caraibica. Il disco esce da Berlino ed è pubblicato dall’etichetta inglese 12th Isle, verso cui non pochi amanti di questo genere – che è ora più che mai di tendenza – convergono. La filosofia di RAMZi è rimasta sempre la stessa, sin dalla registrazione delle prime cassette autoprodotte e dei primi mixtape: unire i suoni delle giungle tropicali del mondo ai deliri della musica da club più alla moda, più pettinata. Non funziona sempre: è necessario avere orecchio – e molto buon gusto. Fortunatamente in Pèze-Piton ne troviamo esempio.



Pontiac Streator & Ulla Straus – Chat – West Mineral

Un altro disco proveniente da Berlino, dall’etichetta West Mineral. Il disco mette insieme ambient, dub e temi tribal annegati in un mare soporifero, cullate da suoni raga e blues. Il disco nasce, non a caso, in una camera da letto: è registrato sulle coperte del letto di Ulla Strauss, in after, dopo una settimana di feste e chiacchere tra amici reali e virtuali. Ogni traccia indica letteralmente una chatroom diversa, riportandoci alla memoria quelle classiche sensazioni da domenica mattina, quando il corpo si sveglia prima della mente. Vengono alla mente i dischi di Spencer Clark e di James Ferraro, l’ennui postmoderna dello svegliarsi alle cinque di mattina disidratati e osservare le finestre illuminate di chi si prepara a uscire per cominciare l’ennesimo turno straziante.



Deadline Paranoia – Deadline Paranoia 2/3 – Ongehoord

Il lavoro di Ongehoord è meraviglioso: l’etichetta olandese, attraverso lo studio di Jeroen Vermandere, sta riportando alla luce i lavori più importanti provenienti dalla cassette culture anni Ottanta di Amsterdam e dintorni. I Deadline Paranoia, infatti, sono stati un gruppo attivo ormai decadi fa, precisamente tra il 1986 e il 1988. Il disco in questione è il secondo di tre compilation, l’ultima è uscita quest’anno. Il tribal ambient si mischia al rock psichedelico suonato in un garage con una grande varietà di tecniche e strumenti diversi. Questo lavoro di quaranta anni fa (!) sembra registrato ora e pubblicato da un’etichetta berlinese: i Deadline Paranoia erano estremamente avanti, ma ben sappiamo che è caratteristica della psichedelica il permettere di sbirciare tra le maglie del tempo. Estremamente consigliato.



Cybe – Tropisch Verlangen – STROOM

Tropisch Verlangen è un’altra compilation di restauro che ricapitola un’esperienza. STROOM è un’altra etichetta attiva in Olanda, dove – come abbiamo visto – ancora viene raccolta qualche vecchia e contemporanea influenza dal mondo della psichedelia e della musica new age. Cybe ha pubblicato negli anni Ottanta un trittico di cassette riassuntive di un suo viaggio in India e nel Sud-est asiatico, Tropisch Verlangen è una raccolta di suoni provenienti da quelle cassette – rimaste pressoché oscure per molto tempo. Anche questi suoni, raccolti in questo modo, sembrano provenire contemporaneamente da un passato lontano e da un futuro prossimo: Cybe era senza dubbio e probabilmente senza volerlo in anticipo sui tempi. “Desiderio tropicale” è nostalgia dei fiori, meraviglia per i piccoli momenti inaspettati del viaggio, amore per la semplicità. Questa raccolta è tenerezza.

Çaykh – Où – Akuphone / Çaykh – Amateur Exorcist – (self released)

Il lavoro di Nicolas Sheikholeslami, Çaykh nei suoi dischi, ci ricorda il vero significato del produrre musica elettronica di varia natura attraverso samples di musiche folk e tradizionali. Il disco non è una carta su cui collezionare i timbri delle regioni visitate (conquistate?), ma un supporto attraverso cui compiere due lavori differenti e paralleli. Il primo è il rendere fruibili i suoni provenienti da altri mondi, da tempi e spazi differenti, a chi non è capace di compiere questo tipo di ricerche; il secondo, contemporaneo, è il portare avanti uno studio ritmico ed armonico – sulla linea già tracciata da autori minimalisti come Steve Reich, Terry Riley, La Monte Young – concentrato sul trovare le immanenze, le strade comuni dell’arte e le modalità di espressione e descrizione dell’universo. Où è un disco di studio meraviglioso, accuratamente composto e studiato, omogeneo ed intenso. Non è il primo disco composto da Sheikholeslami: il capolavoro è il mixtape Amateur Exorcist, che ancora riesce a meravigliarmi per quanto sia preciso, per quanto riesca a cancellare ogni confine tra il nostro mondo e i mondi che l’Occidente sta soffocando. Non è, tuttavia, assolutamente un’operazione di assoluzione: Çaykh ci riesce a dire che, nello sfruttamento di secondo e terzo mondo, stiamo uccidendo anche noi stessi.



Various Artists – Pho Beat Bazar Vol. 1 – PHO BHO

Pho Beat Bazar Vol. 1 è il primo dei dischi italiani che voglio inserire in questa lista. La compilation è uscita da pochissimo ed è una bella immagine di ciò che la musica tribal sta offrendo ora in Italia. Non siamo in cattive acque! Come scrivevo poco fa, il genere è più che mai di tendenza ora, e riesce a farsi amare da più o meno tutti quelli che decidono di farsi coinvolgere. L’etichetta PHO BHO è nata in pieno periodo pandemico e ha base a Bergamo (ricordate il bergamasco nel 2020?) e per ora il sentimento che mi permetto di esprimere all’ascolto di questa compilation è: gratitudine. Da quando non è più possibile parlare di festival e di concerti si può sopravvivere solamente creando legami con chi ci sta attorno: dalle reti nascono i collettivi, e quindi i mixtape e le compilation. Le produzioni sostengono le scene. Questo è un buon lavoro, una bomba.



Futuro Antico – Futuro Antico – (self released) / Black Sweat (2014)

Per qualche ragione questa piccola gemma tribal ambient italiana uscita nel 1980 conta 170mila visualizzazioni su youtube. In Futuro Antico la ricerca dell’heimat non viaggia solamente nello spazio, ma anche nel tempo. Maioli, la metà del progetto, è un insigne entomusicologo, archeologo e polistrumentista, specializzato negli strumenti a fiato. Suo è, ad esempio, il più recente progetto Synaulia, che si dedica allo studio della ricostruzione della musica della Roma imperiale; non sono da dimenticare nemmeno gli importantissimi Aktuala, con cui collaborava anche Lino Capra Vaccina. Futuro Antico è un esperimento che si propone di collegare le musiche (le sonorità e le strutture) alla Berlin School e all’elettronica prog di gruppi come Tangerine Dream, Popol Vuh. Futuro Antico è stato ripubblicato su vinile nel 2014 da un’etichetta milanese, Black Sweat, che sta facendo un ottimo lavoro di restauro e riqualificazione.



Roberto Mazza – Scoprire le orme – ADN / Soave (2017)

Roberto Mazza è stato parte del mondo che gravita attorno alla musica tribal in Italia. Il musicista (oboista e sassofonista) ha partecipato al progetto-supergruppo Telaio Magnetico, nel quale militavano nomi del calibro di Lino Capra Vaccina e Franco Battiato. Il loro unico disco, una raccolta del 1975 di brani registrati in esibizioni dal vivo attorno al sud Italia, è – guarda caso – riproposto da Black Sweat. Scoprire le orme, invece, è un disco più intimo, che gravita tra new age, folk e post-minimalismo, restaurato nel 2017 da Soave, etichetta nostrana, il cui lavoro è sempre quello di riportare alla luce le gemme dimenticate di un’avanguardia italiana non più conosciuta. Mazza compie un rendiconto del suo studio di tecniche e timbriche indoeuropee e intreccia il passato con i suoni del suo presente, con i sintetizzatori e la musica classica occidentale.




Fra.sche